La primavera sembra ripensarci e, dopo un giorno di sole quasi estivo, le nuvole tornano ad avvolgere i monti. Quassù, nelle estreme propaggini di Lucchesia, avamposto estense sulla Garfagnana tana di letterati e briganti, è ancora forte l’odore dei camini accesi; eppure i castagni già verdeggiano in questa Pasquetta tarda, sulla soglia di maggio.

Ci siamo rifatti all’ultimo giorno per far visita a Marco Barsanti e alle sue fotografie. Meglio tardi che mai, e poi sono curioso di raccogliere le impressioni del suo viaggio intero, qui, in questo ambiente che so essergli affine.

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Palazzo Carli a Sillico ci svela dapprima le stanze del Conte e della servitù, le lettere dell’Ariosto di quando si consumava in questa terra di nessuno a far guerra ai banditi, un’insolita collezione di orologi a pendolo e altre storie di un tempo diverso. Verrebbe voglia di buttar giù dalle porte uno dei tanti cartelli “vendesi” nelle strade del paese e rintanarsi quassù, almeno di tanto in tanto, giusto quel poco che basta per spurgare i veleni di ogni benedetto giorno nel fondovalle.
Marco ci accoglie all’ultimo piano, un suggestivo sottotetto ampio e spoglio, perfetto per le sue donne. Ci sorride reduce da una veloce intervista a un’emittente televisiva locale, a conferma del successo di questa sua breve esposizione. Fuori si è alzato il vento, scompiglia il fumo dei camini oltre le piccole finestre e si infila tra le pietre dell’antico palazzo; ad avvicinare le mani ai muri, lo si sente sibilare discreto sui palmi. Non siamo più a Palazzo Carli ma a bordo di una nave in mezzo alla nebbia, fuori dallo spazio e dal tempo. Gli alberi che si intravedono oscillare dai vetri sono solo parvenze. Dalle scale, continuano a emergere manipoli di visitatori. A ogni nuovo arrivo, il custode, fiero, comunica a Marco il numero aggiornato: davvero un successo per quel borgo non proprio al centro del mondo.

Finalmente posso vederle dal vivo, le immagini che conosco bene ma solo per anteprime e visualizzazioni povere di pixel. Cominciamo dall’antipasto, una piccola sala che illustra alcuni suoi scatti di paesaggio. Tronchi e rami come concetti. Prode innevate perse in esposizioni estreme. Focalizzazioni e vignettature che, come implacabili cecchini, centrano ed estraggono dal caos della natura pattern e dettagli di straordinaria armonia. Lo sappiamo bene, dalla scuola americana Marco ha tratto quel suo modo essenziale di leggere i dettagli del mondo. Da anni aiuta fotoamatori di ogni risma – me compreso – a ripulirsi gli occhi dalla bulimia estetica dei nostri giorni, in quel certosino esercizio zen che sono i suoi corsi di fotografia. Se non impari prima a guardare, lascia perdere tempi e diaframmi, è tempo sprecato. Impossibile dargli torto, di fronte a quei suoi boschi cristallizzati nella propria essenza, così come è impossibile eguagliarne il punto di vista.

Marco Barsanti ha un dialogo privilegiato con la realtà, lo si capisce seguendo le metamorfosi di alberi e rocce nelle sue fotografie, lo si capisce ancor meglio a osservare le sue donne farsi paesaggio.

She is Landscape è la raccolta dei suoi più azzeccati nudi femminili, testimoni di un successo che lo ha visto, due anni fa, protagonista ad Arles al FEPN “Festival Européen de la Photo de Nu”, il più celebre festival europeo di fotografia di nudo. Mi sono chiesto a lungo che cosa intendesse Marco con quel titolo: si tratta solo di un richiamo al gioco estetico che abbina la bellezza femminile a quella degli elementi naturali? Davvero solo una carrellata di intuizioni sull’armonia delle forme?
A stare ad ascoltarlo, vorrebbe farmi credere che è così. Ma non me la racconta tutta. È un gioco vecchio come il mondo, questo della Donna e della Natura; Marco lo sa bene e, conoscendolo, sono certo che non può essersi confrontato con un tema così insidioso senza averci messo del suo cioè, come si dice in questi casi, un bel carico da novanta.

Si comincia da scatti in cui tutti gli elementi sono riconoscibili: le rocce, gli alberi, le strade e i pochi elementi antropizzati, se e quando compaiono. E in mezzo lei, la donna nuda di qualsiasi orpello, a volte perduta a volte regina di quel suo mondo archetipico. Da queste immagini si passa poi al cuore della mostra, la serie di Arles: qui la lente si avvicina al corpo, che si smaterializza fino a fondersi con il contesto, in un gioco caleidoscopico di livelli che si perdono l’uno nell’altro. Sezioni di corpi o figure intere, le sue donne sono immobilizzate in pose contorte quanto i rami spogli in inverno o in gesti ampi come esplosioni di gemme a primavera. Le fotografie più recenti, infine, sembrano tornare alle origini: la donna è di nuovo un piccolo dettaglio esatto, puro, immerso nel paesaggio che riconosciamo bene. Il fotografo sembra osservare i soggetti da lontano, quasi nascosto a non voler disturbare, ma la differenza dai primi scatti è palese.

Ricomincio da capo e le passo di nuovo in rassegna, c’è qualcosa che mi sfugge e voglio capire.
Mi stupisco a guardare le sue donne senza una traccia di erotismo. Eppure non manca niente, i dettagli ci sono tutti e certe pose mettono in risalto le pieghe più profonde della femminilità che, come se non bastasse, sono esaltate da una morfologia del paesaggio selezionata alla perfezione. Fratture tra i marmi, pieghe di massi erratici, sequenze di rami, giochi della schiuma dei torrenti o delle onde tra gli scogli, insoliti ghirigori in rocce che sembrano tutt’altro: ogni cosa è donna, dentro e fuori una simbologia antica quanto l’essere umano che l’occhio di Marco Barsanti coglie in modo inconscio e, dunque, potente.

Le sue donne, estremamente femminili nel loro realismo, mi ricordano certi ritratti di Newton dove anche le piccole imperfezioni della pelle sono storie da narrare con orgoglio.

Dunque, eccomi a una prima conclusione, o almeno credo. La donna di Marco Barsanti è Donna: pur nella sua viva materialità, è epurata di ogni istanza che la vuole oggetto, preda di desideri o di volontà altrui. È la donna nel suo attimo di verità, nella mezzanotte allo specchio, quando ormai non resta più nessuno ed è finalmente libera di spogliarsi da ogni fardello che la rende sempre qualcos’altro da se stessa. Non è amica, non è figlia, non è fidanzata né moglie, non è sposa né vedova: è semplicemente donna.

Marco Barsanti ha compiuto sulla donna la stessa operazione che, in anni precedenti, lo ha portato ad estrarre dal paesaggio l’essenza di ogni pianta o roccia ritratta. Ha scelto il soggetto e lo ha sfrondato di ogni inutile attributo che, per genetica e vissuto, si porta dietro dalla nascita.
Farlo con la donna non era banale. Uno degli ultimi che, a mio modesto avviso, ci era riuscito si chiamava Eugenio Montale: in quello straordinario ritratto che è Dora Markus, ci restituiva l’immagine nuda della Donna sulla soglia del secondo conflitto mondiale. Ma di acqua sotto i ponti ne è passata da allora, e trovare oggi un occhio capace di una “spoliazione” simile non era affare semplice. Se non ci credi, vai a leggerti il ritratto di Dora e della sua “irrequietudine [che] mi fa pensare agli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose”, e poi osserva un ritratto della serie di Arles di Marco Barsanti, e voglio proprio vedere se hai il coraggio di dirmi che non è così.

Ma le donne di Marco Barsanti non sono solo realtà: sono apparizioni mitologiche, sono ninfe o dee sorprese in mezzo al bosco come una Diana o un’Afrodite nude al bagno. Ma, a differenza di queste, non si curano di chi li osserva; se anche guardano verso l’obiettivo, lo fanno con un senso di pacata superiorità, come quella di chi conosce un segreto troppo importante per dar peso ai bassi pensieri di chi le spia.

She is Landscape non soltanto per la straordinaria corrispondenza tra corpo femminile e “corpo” della natura, ma soprattutto perché la donna è colei che tutto racchiude e tutto crea. Puoi contemplarla per ore come un paesaggio, scoprendo di istante in istante profondità inattese e sempre diverse. I suoi muscoli in tensione plasmano le rocce, dal suo ventre si dirama il bosco intero, l’erba alta mossa dal vento è il riverbero dei suoi fianchi, i capelli sono serpenti che si intrecciano a formare la straordinaria trama di certi scogli corrosi dal salino.

Nelle loro pose allo stesso tempo tese ed eteree, divengono pura forma; nel loro fondersi alla morfologia della natura, le modelle del Maestro divengono simbolo di una femminilità al di sopra dal tempo, ma non per questo meno attuale.

C’è qualcosa che rende estremamente attuali le donne di Marco Barsanti; lo sento mentre le passo di nuovo in rassegna per le sale spoglie del sottotetto di Palazzo Carli, mentre le osservo nel loro creare e plasmare la realtà. Lo vedo nei loro occhi, lo avverto nei solchi della loro carne ma non riesco a focalizzarne subito il perché.
Parlo con Marco, mi rivela dettagli e segreti della sua arte. Fuori imperversa il vento e accanto a noi ogni visitatore sembra intessere il suo personale e silenzioso rapporto con le sue donne.
Ed è in quel momento che capisco, nel battibecco spiato tra marito e moglie di fronte a uno dei nudi forse più audaci della serie di Arles.
Nelle fotografie di Marco c’è un grande assente. Me ne accorgo all’improvviso e tutto mi è più chiaro. Non soltanto non compare, in alcuna serie, ma non lascia nemmeno una traccia: non esiste, non è concepito, nemmeno nei ricordi delle sue muse, non è contemplato in quei “paesaggi”. Non c’è spazio per l’uomo; l’essere umano di sesso maschile, intendo.
La fierezza di certi sguardi, la dolcezza di braccia e gambe ad avvolgere il proprio corpo, l’eco dei boschi e le pieghe dei torrenti nelle curve dei fianchi, le venature di pietra nei capelli e tutto il mondo nel ventre: nessun luogo di quelle donne parla la lingua dell’uomo, del maschio. Tutt’al più, all’uomo è concesso di osservarle e ritrarle, spesso da lontano, in quel loro passionale e privilegiato dialogo con la natura. All’uomo è concesso talvolta di percorrerle con l’affanno di un’impervia strada di montagna, di rappresentarle come un cartografo attento deve fare con una valle inesplorata; ma non c’è bussola o squadra, per l’uomo, capace di carpirne e interpretarne correttamente il sentire. Manca un dialogo, manca una vera corrispondenza. Il maschio difetta degli strumenti per divenire paesaggio come soltanto la donna può fare, a lui manca quel filo diretto con l’universo mondo che ha reso la Donna, non a caso, prima divinità della storia. È una donna che può fare a meno dell’uomo, quella di Marco Barsanti: ecco dove sta tutta la sua attualità.

Se provi a chiedergli se nelle sue fotografie c’è tutto questo, lui ti dirà che ha semplicemente ritratto delle forme, attirato dalla incontestabile superiorità estetica del corpo femminile rispetto a quello maschile, abbinandolo in modo per lo più inconscio e immediato, estetico appunto, alla morfologia della natura.
Che non ti induca a credere, questo, che la sua non sia arte, che sia solo un ottimo artigianato. Il fatto che lui neghi – lo conosco, sono sicuro che negherà – qualsiasi riflessione di questo tipo non fa che confermare due cose:

  1. che la percezione estetica è un potente strumento di conoscenza del mondo;
  2. che le sue donne-paesaggio sono arte, e della migliore specie, che altrimenti non si spiegherebbe come uno senza arte né parte, come il sottoscritto, possa vederci ma soprattutto sentirci tutto questo.

Quando usciamo da Palazzo Carli, io e la donna-paesaggio che ho l’illusione di comprendere, manca poco alla chiusura definitiva della mostra. Il sole è oltre nubi e montagne, il vento sembra aver riportato l’inverno e le parole non servono più.